Giampilieri...
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Fango. Che ricopre tutto e tutti. Fino al primo piano. Un silenzio surreale rotto solo dalle voci dei primi, pochi, soccorritori. E dei sopravvissuti che chiedono aiuto. Molti bloccati nei piani più alti delle case. La strada, l’asfalto, non ci sono più. Sono sotto la marea di fango alta tre metri sulla quale cammino stando attento a non affondare. Non riesco a credere a ciò che vedo. Luoghi che conosco benissimo, da più di trent’anni, adesso sono totalmente devastati: edifici tagliati in due da una mano malevola, squarci di vita privata esposti al pubblico. Sono a Giampilieri superiore. Sono nel cuore della tragedia. Un cuore che batte da qualche ora. Un cuore di fango che ne ha fermati tanti altri. Continuo a salire, devo raggiungere Molino. Non so se rivedrò la nonna, la sua casa. Non so se rivedrò il paese. Supero la prima frana e scalo la seconda, ma sono ancora a metà strada. C'è un fortissimo odore di limoni e di terra bagnata. Gli alberi, strappati dalla furia del temporale, sono distesi a terra, come cadaveri. E la forma delle colline è cambiata. Non so più dove sono. Se mi trovo realmente a Giampilieri Superiore oppure dentro la scena di un sogno virato in incubo. Purtroppo, è tutto vero. La roccia della collina è scorticata. E la terra che le faceva da pelle è scesa giù, diventando fango. Arrivo a metà strada. Il mio obiettivo è ancora a due chilometri di distanza. Gli abiti pesano per l’acqua, la pioggerellina non accenna a smettere e le nuvole continuano ad addensarsi sulla cima delle montagne, alla cui base c’è la mia meta. Inizia a piovere sempre più intensamente. C’è una decisione da prendere: continuare verso Molino significa rischiare di essere travolto da una nuova frana. E io sono solo. Così decido di non rischiare e torno indietro. A Giampilieri. Dentro la scuola c'è il quartier generale. Chiedo notizie. Nessuno sa nulla, ma stanno organizzando una squadra. Mi offro come volontario, mentre il cielo concede una pausa. Ci mettiamo in marcia. Siamo io, alcuni volontari della croce rossa, altri della protezione civile, uno del gruppo cinofilo dei carabinieri. Siamo un pugno di uomini con una sola barella, qualche pala e tanta buona volontà. Un pugno di uomini che è privo di una radio per chiedere aiuto, senza uno zaino con attrezzature di primo soccorso e con la possibilità di riportare a valle solo una persona alla volta. Impieghiamo più di un'ora, per arrivare alle porte di Molino. Più di sessanta minuti per un tragitto che, in condizioni normali, si percorre al massimo in cinque usando l’automobile. Prima dell’ultima curva, ho paura. Cammino col cuore gonfio, la supero e, per fortuna, Molino appare. Casa di nonna è intatta, ma la frana ha distrutto la strada, una casa e portato con sé la vita della signora Franca. Una tragedia che rende poca cosa la quindicina di vetture sommerse dal fango. E' già passata l'una, e siamo i primi ad arrivare. Asia si mette ad annusare l'aria, entra in casa, cerca, scava, segue affannosamente anche la minima traccia. Ma nulla da fare: il fango ricopre tutto e impedisce agli odori di spandersi nell'aria. Il marito di Franca, pietrificato dal dolore, attende un segno, una flebile speranza. Che si estinguerà solo tre giorni dopo, a cinquanta metri dall’abitazione. Incontriamo un gruppo della Forestale di ritorno da Altolia. Anche loro sono arrivati a piedi seguendo le trazzere. Sono armati di pale e di quella fottutissima buona volontà che in questi casi bisogna avere. Portano brutte notizie. Al posto della piazza c'è una voragine, alcune case sono spazzate via e spalare fango è come cercare di arpionare una balena con uno stuzzicadenti. Maurizio, un amico di vecchia data che abita nel villaggio, mi racconta che per venti minuti, oltre al fracasso dei macigni che rotolando distruggevano tutto, l’aria è stata squarciata dai boati delle bombole del gas, strappate dalle case e diventate bombe vaganti. Torno a Giampilieri. Nel cuore della frana. E provo a fare il mio lavoro con freddezza. Ma non c'è nessuna foto, o ripresa, che possa rendere ciò che vedo nella voragine: pilastri sospesi nel vuoto, stanze senza il pavimento o il tetto, lenzuola, divani, suppellettili, vestiti. E poi c’è anche ciò che non si vede. Come il metano che si mescola all’aria uscendo dai tubi divelti. A pochi metri dal disastro, è quasi straniante notare una casa ancora intatta, con i muri in pietra e i suoi cento anni di età. I Vigili del Fuoco e gli uomini della Forestale scavano incessantemente. Sono quelli che davvero fanno qualcosa. Stando in prima linea, rischiando la vita per cercare di salvarne altre. Con le mani nel fango e tanta buona volontà. Perché il resto è solo cinema, public relations, merce buona per i telegiornali. Verso sera mi butto sul divano, a casa. Sono uno di quei fortunati che l’hanno ancora, la casa. Sono stanco e sporco di fango. Stanco di sentire le sciocchezze e le stupide scuse di politici, tecnici e amministratori che si affannano muovendo la ruota dello scarica-barile. Stanco dei balletti di cifre che offendono l'intelligenza: ad esempio 15 milioni di euro stanziati che, subito dopo, diventano undici. E poi nove, tre, fino a scendere ai 50.000 utilizzati per la messa in sicurezza di parte della montagna che collega Giampilieri Marina a Giampilieri Superiore e agli altri 900 mila spesi per interventi non ben specificati. Cifre che, se la matematica non è un'opinione (ma qui a Messina, in Sicilia, a volte lo è), danno l’idea di come, all'appello, manchino poco più di due milioni. Dove sono finiti? Chi li ha presi? O meglio: chi non li ha usati e adesso ha le mani sporche del sangue di trentacinque persone? Sono disgustato. Il capo della Protezione Civile dichiara al TG5: “L'acqua fa il suo corso e se ci sono costruzioni abusive, questi sono i risultati”. Rimango incredulo, mi viene voglia di urlare forte e rimpiango di non averlo fatto quando, a un metro da me, Bertolaso cercava di consolare una signora in attesa che la ruspa tirasse fuori dalle macerie il resto della famiglia. Dov'è stato in questi due anni in cui tantissime sono state le denunce da parte di tutti? Dove sono stati il Comune, la Provincia, la Regione, il Governo? Come si fanno a rilasciare certe dichiarazioni con una tale leggerezza? Come fa un Capo di Governo a dire “avevamo previsto tutto”? E’ troppo facile scaricare la colpa sugli altri, adesso. A Giampilieri Superiore non c'è neanche una casa costruita senza regolare concessione. Ma la beffa è un’altra: i soldi dei contribuenti che si sarebbero dovuti spendere per mettere in sicurezza l'area, oggi, serviranno solo a recuperare le salme. E poi, dove sono le case all’interno dei torrenti? La palazzina di Scaletta crollata era in pieno centro. Vi sembra possibile costruire cinque piani senza che nessuno se ne accorga? In realtà, le foto che la mostrano andrebbero accompagnate da una didascalia: quello che oggi sembra un torrente era, in realtà, parte del paese spazzato via. Ma l'informazione, in Italia, è schiava di strane leggi. Qualche giornalista si è spinto addirittura a ipotizzare interessi mafiosi in un paesino dal quale i giovani vanno via per trovare lavoro. Un paesino che, ormai, è popolato solo da anziani. Scaletta o Giampilieri, quindi, sarebbero una grande casa di riposo con interessi mafiosi? Ipotesi quantomeno fantasiosa. Nessun abuso, vi dico. Ma se non siete convinti, andate a prendere una mappa catastale. Io l'ho fatto, ho parlato con i tecnici del Comune e con chiunque altro possa avere competenza in materia. Nessun abuso. Questi paesi, Giampilieri, Molino, Altolia, sono nello stesso luogo da centinaia di anni. E, in centinaia di anni, non sono cambiati. A cambiare, semmai, è stata la montagna, violentata da incendi e incuria che hanno spazzato via la vegetazione che teneva la terra con le sue radici. E questo è un fatto noto. Noto e taciuto. Perché a Messina, in Sicilia, in Italia, finché “non ci scappa il morto”, un problema non esiste. Mai. Questo autunno pioverà di nuovo. E non perché lo dico io, ma perché Madre Natura decide così da millenni: in autunno e in inverno, l’acqua cade dal cielo. E tanta. Questo è un fatto, non un'opinione. Così com'è un fatto che due anni di appelli sono rimasti inascoltati. E così com'è un fatto che gli assassini di queste trentacinque persone andrebbero identificati e puniti. Certo, se questo fosse un mondo perfetto. E non Messina, la Sicilia, l’Italia. |